
Il romanzo Quattro donne conferma come i giorni della Resistenza siano fonte inesauribile di narrazione e moralità. Emilio Jona, sulla soglia del secolo di vita, racconta un periodo cruciale della propria esistenza, compreso tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, attorno al quale ruotano le vicende familiari e si addensa un microcosmo femminile multiforme e sorprendente.
La famiglia Jona – il padre Alessandro, avvocato, la madre Eugenia e i figli Luciano, Guido, Emilio e Silvia – fa parte della comunità ebraica biellese. È perfettamente integrata nella società cittadina e gode di un tenore di vita elevato. La sua condizione si deteriora con le leggi razziste e precipita con le notizie degli eccidi degli ebrei sul lago Maggiore. L’unità della famiglia viene così sacrificata alla sopravvivenza e i suoi componenti si dividono raggiungendo diverse destinazioni. Lo spazio all’interno del quale ognuno di loro trova rifugio è racchiuso in un perimetro ristretto (l’ospedale cittadino, dove la madre ricoverata muore sola, la valle del Cervo e Pollone), un microcosmo di una manciata di chilometri che la guerra, una «quotidianità ripetitiva» governata dalla «rilevanza dell’irrilevante», lo scorrere del tempo scandito dai passi su per le erte e i pendii innevati dilatano e rallentano fino quasi a collocarlo ai limiti della realtà. L’esistenza del padre e dei ragazzi è affidata alla cura di quattro donne che provvedono a nasconderli e alle spartane necessità della loro giornata. Ognuna incarna una dimensione della solidarietà umana. Cecilia, fuggita dalla miseria del Polesine, a cui è affidato il piccolo Cianino, rappresenta la fedeltà innocente e naturale. Teresa è la scelta antifascista immediata, ispirata dallo slancio verso il prossimo. Il marito Fiorenzo, arrestato, finirà a Mauthausen e riuscirà a tornare a Biella solo per morire. Nel carattere burbero, a tratti esplosivo di Marì, nei suoi silenzi e nel suo coraggio, si raccoglie l’istinto di una delle valli più conservative del Biellese, animato dalla simbiosi tra umanità e natura. Delfina, segretaria di Alessandro Jona, è l’unica a conoscere le altre donne. Regge i fili dell’invisibile rete solidale da cui dipende la loro vita e, come una tessitrice, riannoda quei fili, ogni volta che si spezzano.
Il romanzo si avvale di una scrittura curatissima, classica nella sua essenzialità e priva di slanci retorici. Jona impiega ritmi e registri diversi attingendo ai ricordi ma anche a testimonianze orali, diari, lettere, fotografie, atti processuali, documenti d’archivio e giornali del tempo. Traccia un percorso che attraversa le età della vita dallo sguardo infantile di Cianino alle intermittenze della memoria dell’età senile nei lunghi colloqui di Emilio con la raffinata Delfina.
Sullo sfondo aleggia un guizzo di rimpianto per quel «mondo operaio che se ne è andato a ramengo». L’autore, già protagonista della straordinaria esperienza del Cantacronache, rappresenta questa dimensione popolare con tocchi delicati che creano attorno alla vicenda narrata una dimensione altra del tempo, un’aura di magia e di leggenda: la potenza discreta del dialetto, le ritualità legate al 2 novembre, l’improvvisa apparizione del mitico bandito delle Alpi, Pietro Bangher.
Si tratta di un romanzo che appartiene alla vicenda resistenziale i cui eventi ne scandiscono le fasi più drammatiche, dai bombardamenti di Torino alle stragi di ebrei del lago Maggiore, dall’arresto di Fiorenzo Bosio alla fucilazione di 21 partigiani avvenuta a Biella il 4 giugno 1944 nell’allora piazza Quintino Sella. Testimonia nel modo più semplice il senso e la dimensione di quella resistenza civile senza la quale non sarebbe mai nata la nuova Italia.
Consigliato da Angelo Vecchi.
Disponibile in biblioteca > Biblioteca A. Aniasi
Emilio Jona, Quattro donne, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2026, pp. 137