Associazione Casa della Resistenza

Parco della Memoria e della Pace

 

L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale

“Ve lo ricordate, ragazze, si viaggiava tutti insieme su quei treni merci riscaldati, e i commilitoni ridevano per come tenevamo i fucili. Non come si tiene un’arma, ma piuttosto così… Adesso non mi riesce più… li tenevamo come si tiene una bambola.”

“La guerra per le donne è un’altra cosa rispetto ai maschi. Mi hanno colpito le parole di una ex soldatessa sovietica che dopo una battaglia è andata a vedere il campo dove giacevano i morti e i feriti. Diceva: c’erano ragazzi, bei giovani, russi e tedeschi, mi dispiaceva ugualmente per tutti quanti. La morte e il dolore non conoscono differenze tra gli esseri umani. Ma lo sanno solo le donne. Un maschio raramente ragiona in simili termini. Le donne sono legate all’atto di nascita, alla vita. Gli uomini invece sono lontani dalla vita.” Da  “D”  La Repubblica 23 aprile 2016 - Intervista a S. Aleksievic, Nobel per la letteratura.

Il 22 giugno 1941, con il cosiddetto “piano Barbarossa” Hitler invade l’Unione Sovietica, infrangendo il patto di non aggressione siglato nel 1939 dai ministri Molotov e Von Ribentropp. Con un colossale spiegamento di uomini e mezzi, le armate tedesche si riversano nei paesi baltici, nell’Ucraina e nella Crimea e in soli tre mesi  arrivano alle porte di Mosca e Leningrado. L’esercito sovietico non si arrende e dopo un iniziale sbandamento  riesce a riorganizzarsi, dando vita ad un’accanita resistenza, bruciando e distruggendo tutto ciò che non può portare con sé nella ritirata, trasferendo centinaia di impianti industriali per non farli cadere in mano nemica.

Centinaia di migliaia di donne si mobilitano per integrare i vuoti creatisi nell’esercito; la maggior parte sono ragazze diciottenni, appena diplomate, e qualcuna anche più piccola, quasi tutte volontarie, che accorrono al fronte per difendere la patria e gli ideali della loro giovinezza. Saranno tantissime: infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea, carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte.

Svetlana Aleksievic, per due anni, ha raccolto le testimonianze di queste donne, che in un primo momento erano restie a parlare, perché avevano taciuto per quaranta anni, cercando di dimenticare quella loro esperienza, dopo invece hanno cominciato a raccontare… ed è stato difficile fermarle e scegliere cosa scrivere.

“Noi non ci conosciamo… ma arrivo dalla Crimea, telefono dalla stazione. È lontana da casa sua? Vorrei raccontarle la mia guerra…” Ecco, le donne hanno saputo e hanno cominciato a raccontare la loro guerra che è diversa da quella degli uomini, pur avendo combattuto fianco a fianco. “Costruivamo… costruivamo ferrovie, ponti di barche, rifugi blindati. La prima linea era molto vicina… Come riuscivamo a spostare i tronchi? Li tiravamo su da terra tutte insieme, talvolta l’intera squadra. Avevamo calli sanguinanti su mani e spalle.”  “E il lavoro delle ragazze addette ad armare gli aerei! Dovevamo agganciare manualmente quattro bombe sotto l’apparecchio, vale a dire quattrocento chili per volta. E così per tutta la guerra, un aereo decollava e un altro atterrava. Il nostro organismo è stato a tal punto cambiato dalla fatica e dallo stress che per tutta la guerra non siamo più state donne. Non abbiamo più avuto… be’, sa a cosa mi riferisco… E dopo la guerra non tutte hanno potuto avere dei bambini.”  “ Ci davamo un gran da fare… Non volevamo che di noi dicessero: - Ah, queste donne - E ci facevamo in quattro più degli uomini, perché dovevamo anche dimostrare di valere altrettanto.”  “Sono stata la prima donna ufficiale di carriera della marina militare del nostro paese. Durante la guerra mi sono occupata degli armamenti delle navi e delle unità di fucilieri della marina.”  “Posso raccontare come ho combattuto e sparato, ma raccontare quanto e come ho pianto non posso. Questo resterà non detto: So solo una cosa: in guerra l’uomo si trasforma in un essere spaventoso e oscuro.”

La scrittrice ha cercato di individuare dei temi, traendoli dalle interviste e dividendo il testo in capitoli: 422 pagine di racconti e di testimonianze.  
Il manoscritto è rimasto nel cassetto per tanti anni, gli editori non volevano pubblicarlo, perché raccontava di una guerra vista non dal lato “virile”. Le lettere intanto arrivavano ancora, con altri racconti; i tempi cambiavano e si poteva parlare di più e le donne continuavano a raccontare i fatti accaduti, le impressioni, i sentimenti, il ritorno a casa… “Quando sono tornata ero diversa… per molto tempo non sono riuscita ad avere rapporti normali con la morte…”  “Avevo imparato a sparare, lanciare bombe a mano… collocare le mine. A portare i primi soccorsi.  Ma nei quattro anni della guerra avevo scordato tutte le regole grammaticali. L’intero programma scolastico. Potevo montare un mitra a occhi chiusi, ma il componimento che avevo scritto per l’ammissione all’istituto universitario era senza virgole e pieno di errori puerili. A salvarmi erano state le mie medaglie e così mi avevano accettata.”  “Degli ultimi giorni io invece ho questo ricordo… Strada facendo abbiamo improvvisamente udito, da chissà dove, le note di un violino. Quella musica, quel giorno, ha significato per me la fine della guerra…”  
Tantissime testimonianze, tantissime esperienze, che la scrittrice ha riportato in questo testo di circa quattrocento pagine, facendoci entrare a poco a poco nel contesto storico, facendoci vivere l’entusiasmo e la passione per la difesa della patria per poi vedere attraverso gli occhi di queste donne la guerra, la vera guerra, fatta di momenti eroici ma soprattutto di momenti tragici, per rivivere, per chi è sopravvissuto, il ritorno a casa, il dolore per la perdita dei propri cari o la felicità di ritrovare la propria famiglia e infine il silenzio imposto!
“Dopo la guerra per tanto tempo ho avuto paura di guardare il cielo, di alzare la testa verso il cielo. E avevo paura di vedere la terra arata. Mentre sulla sua superficie già saltellavano tranquilli i corvi. Gli uccelli hanno dimenticato in fretta la guerra..."

 

Consigliato da Gemma Lucchesi

 

Svetlana Aleksievic, La guerra non ha un volto di donna. L’epopea delle donne sovietiche nella seconda guerra mondiale, Bompiani Overlook, 2015   

 

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